DISINNESCHIAMO SUBITO IL DDL APREA!!!
SE CI VOGLIONO FRANTUMARE, NOI DOBBIAMO RICOMPORCI
Bisogna
agire in fretta. Siamo obbligati a farlo dalla deriva autoritaria di
questo Governo e dalla gravissima crisi istituzionale maturata mentre
stendevo questo scritto. Gli esiti sono incerti e potrebbero sfociare
anche in un “gelliano” colpo di Stato. E' la dimostrazione che
l'attacco ai diritti mediante l'uso continuo dei decreti atti a
sregolare ogni legge che disturbi i disegno governativi, l'attacco
senza precedenti in questi mesi alla Magistratura e oggi anche alla
figura del Presidente della Repubblica che per la prima volta non ha
firmato, la minaccia del Presidente del Consiglio di un colpo di mano
costituzionale per avere libertà piena sulla decretazione, l'uso
arrogante come “buca della posta” del Parlamento (oltretutto debole e
con un'opposizione ombra), riguarda tutti noi e in generale rende più
chiaro che la Scuola non ha “chance” se combatte isolata. Siamo
sull'orlo di un regime che colpisce lo Stato della Costituzione. Come persone di scuola dobbiamo fare la nostra parte.
Il
silenzio sul DDL Aprea mi terrorizza. I tagli e le disposizioni
gravissime contenuti in decreti vari, tramutati in leggi, regolamenti,
circolari e note più o meno illegali rappresentano il tentativo di
indebolire la scuola e di affamarla. E' giusto quindi rispondere ai
singoli attacchi, difendendo la nostra dignità di insegnanti ed i
nostri alunni. Non si può però ignorare che tutti questi bombardamenti
sono il preludio al colpo di annientamento finale. E' il DDL Aprea la legge di sistema, volto a cancellare la scuola statale in modo definitivo, quello che la decostituzionalizza, la privatizza e la ristruttura in tal senso.
Il movimento delle segreterie della Buona Scuola, che raccoglie le
iscrizioni contro l'impoverimento della scuola è forte e da apprezzare.
Penso però che, al di là di questa giusta lotta, sferrata al
Centro-Nord nelle scuole del primo ciclo (è di difficile realizzazione
dove non c'è il tempo pieno), e a quella dei ricorsi giudiziari sulle
leggi approvate, sia necessario subito mettere in campo le forme di protesta contro il disegno di legge Aprea che sta per approdare alla discussione parlamentare, che potrebbero coinvolgere anche il resto della scuola.
Nella scuola c'è lo stesso disorientamento che percorre tutta la società,
che sembra non riesca a trovare gli anticorpi che l'aiutino a reagire
agli attacchi gravissimi ai diritti che colpiscono i settori chiave
della società.
Di fronte all'inadeguatezza della risposta del “popolo sull'acqua bollente”,
sia che si tratti di persone appartenenti alla scuola oppure alle
imprese o ai territori, ecc., e davanti ai continui attacchi
finalizzati al nostro “annientamento”, mi chiedo come siamo arrivati a tanto e quali siano i motivi dell'odierna parziale afonia o incapacità di una congrua reazione.
Quando
negli anni '60 partecipavo alle lotte per trasformare la scuola e
l'università e per una maggiore giustizia sociale, non avrei mai
immaginato di vivere agli albori del terzo millennio una situazione
tanto drammatica. Tanti furono i limiti e gli errori di allora (e come
poteva non essere!), ma ne conseguirono l'egualitarismo salariale
(aumenti uguali per tutti), l'eliminazione delle gabbie salariali, lo
Statuto dei diritti dei lavoratori, la chiusura dei mostruosi manicomi,
l'eliminazione di quegli altri ghetti costituiti dalle scuole e dalle
classi differenziate con la nuova legislazione a favore dei portatori
di handicap, gli organi collegiali nella scuola, l'inizio di una
ricerca di una didattica rinnovata, ecc. Era il tentativo di rifiutare
la meritocrazia del mercato, nella consapevolezza che questa dà luogo
ad una valutazione ingiusta in una società dove pochissimi uomini
detengono la stragrande maggioranza delle ricchezze e quindi partono da
situazioni di vantaggio imparagonabile.
Iniziò però quasi da
subito l'inesorabile manovra del potere per riassorbire tutto. In un
clima torbido creato dallo stragismo, cominciarono le ristrutturazioni
delle imprese e la loro delocalizzazione, accompagnate alle continue
chiusure e minacce, la richiesta unilaterale di sacrifici ai lavoratori
per “sanare la crisi inflattiva” (ieri come oggi...), l'attacco alla
scala mobile, i patti concertativi capestro, l'inizio susseguente della
manomissione del testo costituzionale con la bicamerale, la riforma del
Titolo V, le guerre camuffate da necessità di sicurezza, ecc.
Nel
settore istruzione all'inizio emersero segnali contraddittori: mentre
per la scuola la Falcucci, e poi Galloni (DC entrambi) riformarono in
modo migliorativo le elementari, lo stesso Galloni e il socialista
Ruberti aprirono le porte dell'università alla privatizzazione,
contrastato dal movimento della Pantera ,
lasciato solo dai docenti di allora. Ci pensò Berlinguer a
generalizzare la destrutturazione in senso privatistico dell'Istruzione
investendo anche la scuola con la sua riforma che rispondeva al disegno
europeo delineato nel 1998-99 dal Processo di Bologna e nel 2000 dal Convegno di Lisbona. Ma quello che è seguito è noto a tutti.
Era
successo che, a fronte della tendenza alla ricomposizione in nome dei
diritti, era iniziato a spirare il vento neoliberista che pretese dalla
politica campo libero per sé per ottimizzare i profitti e neutralizzare
a proprio favore gli effetti della crisi sistemica che stava avanzando
già. L'economista liberista Milton Friedman
della Scuola di Chicago, premio Nobel per l'Economia nel 1976 e allievo
di Von Hayeck, fu tra i propugnatori del libero mercato planetario, a
cominciare dal Cile di Pinochet di cui fu consigliere. Ma, a livello
globale, tali teorie si fortificarono negli anni '90 con la fondazione
del WTO (globalizzazione neo liberista dei mercati),
a cui aderirono 136 Paesi. Così i potenti della Terra decisero la
destrutturazione e l'annullamento delle salvaguardie e dei diritti,
compresi i contratti di lavoro. Lo stato sociale andava ovunque
abbattuto, perché era di ostacolo ai nuovi campi di penetrazione per
l'impresa, costituiti dai settori pubblici, quali la Sanità,
l'Istruzione statale, i Beni pubblici in generale, compreso il
Patrimonio artistico, ecc. Cominciò lo smantellamento di tutto, in nome della modernità e della <flessibilità,
i nuovi totem ineludibili per ottenere i “bollini di qualità”. La legge
che introduceva il precariato (pacchetto Treu), nelle sue molteplici
forme di tipologie contrattuali, non solo diede il colpo di grazia ai
rapporti solidaristici, ma rese praticamente impossibile qualsiasi
rapporto stabile tra i lavoratori. Si è tornato in breve, per una buona
fetta del mercato del lavoro, ai tempi della rivoluzione industriale,
non risparmiandoci neanche il caporalato e altro.
Ma siamo all'oggi.
Il liberismo economico necessita dell'ideologia del darwinismo sociale. Si è così aperta l'arena per i novelli gladiatori. Le gare consistono nelle scalate al “merito”;
vince chi lecca più i superiori e obbedisce anche ad ordini ingiusti e
chi offre la sua capacità lavorativa come merce meno costosa. Unica
cosa importante è vincere sugli altri: pazienza se si tratta solo di
una vittoria tra “schiavi”! E' un ritorno anche qui all'ideologia
diffusa tra la borghesia dell'Ottocento e del primo Novecento, ma deve
apparire come massima modernità, l'inveramento della massima libertà
per tutti. Certo, negli ultimi tempi qualche scricchiolio più forte il
sistema neoliberista comincia a provocarlo, ma è rischioso aspettare
che imploda da sé, mentre nel frattempo continua a diffondere rovine e
morti. E' necessario quindi che i gladiatori riconoscano di essere schiavi e non liberi oppure (se si preferisce) che quelli che sono “sull'acqua bollente” si rendano conto di essere nella pentola in procinto di essere cotti e sconfiggano chi li vuole cuocere.
Per
contrastare un disegno che destruttura la Scuola, la Sanità, i rapporti
di lavoro e altro, sregolando la stessa Costituzione e il sistema
giudiziario non è sufficiente mobilitarsi dove si può, ognuno nel
proprio settore, contrastando semmai solo giorno per giorno
l'ultima tegola caduta sulla testa. E' indispensabile individuare anche
i punti nodali su cui dare battaglia e cercare la ricomposizione dei
soggetti colpiti, attraverso la maturazione di una coscienza comune e
mediante la solidarietà nella lotta.
Se pensiamo alla Scuola, è dunque importante che la
lotta ai tagli si generalizzi con la ribellione al disegno Aprea, che
costituisce la soluzione finale di annientamento della scuola dello
Stato.
Bisogna far presto. Continua l'opera di sfaldamento e di
smantellamento: ogni giorno c'è un pezzo che cade. Solo negli
ultimissimi giorni, leggiamo che il MIUR ha inviato una nota
alle scuole per comunicare che non vi saranno soldi per il loro
funzionamento; siamo al ricatto per fame. Credo che l'Aprea si
avvicini. E che dire del federalismo scolastico giudicato dalla Bastico ottima soluzione, in armonia con la politica dell'opposizione “ombra”?
Per vincere però una battaglia di tali proporzioni, ripeto, è necessario anche generalizzare gli obiettivi di lotta oltre la scuola,
collegandoci all'Onda universitaria, ai precari dentro e fuori la
scuola, agli operai cassintegrati e minacciati di licenziamento (Fiat,
ecc.), ai lavoratori pubblici e della Sanità, alle reti territoriali
che difendono dai continui attacchi i beni comuni e la democrazia ogni
giorno. Bisogna trovare anche il modo di comunicare con tutti quelli
che in Europa respingono le loro leggi di distruzione della scuola
pubblica, in conformità con la politica neoliberista europea. Quando i
mesi scorsi la nostra Onda infuriava, in tanti Paesi europei si sono
svolte lotte di solidarietà. Anche noi dovremmo essere più aperti e
lungimiranti. Qualche giorno fa milioni di francesi hanno scioperato e
manifestato per la scuola.
La direttiva Bolkestein per quanto modificata e il liberismo contrattuale mettono in concorrenza i lavoratori europei, come emerge in questi giorni in Inghilterra nel triste scontro tra operai inglesi e italiani; nello stesso senso vanno la legge Aprea e la svalutazione dei contratti nazionali a favore di quelli aziendali: si vuole arrivare ad un nuovo corporativismo,
caro alle dittature. Sono questi altri motivi che rendono
indispensabile e urgente un'inversione di tendenza verso la
ricomposizione, terreno abbandonato dalle rappresentanze.
Ma i
movimenti non devono restare soli: sarebbe ora che i sindacati
dimostrassero uno per uno di essere tali (penso essenzialmente ai non
firmatari) e si assumessero le loro responsabilità senza cedimenti:
oltretutto li vogliono stendere stecchiti!. Il loro compito è quello di
difendere i lavoratori e non trovare soluzioni al Governo per togliere
le castagne dal fuoco a chi vuole aumentare lo sfruttamento e svendere
la scuola per guadagnare sulla crisi. Qualsiasi altra esitazione
dimostrerà che di loro è rimasto solo un involucro vuoto e allora
nessuno più sarà disposto a difenderli da chi li vuole distruggere.
Napoli, 07-02-2009