RIFLESSIONI EDUCATIVE
2008-02-09
I corsi di recupero e la scuola delle passioni tristi
È lecito ricorrere alla minaccia ed alla paura come mezzi per innalzare i rendimenti scolastici? La minaccia e la paura hanno qualcosa a che vedere con la “serietà” della scuola e con la “qualità dell’istruzione”?
Il sapere corrente in materia pedagogica, di cui
fruisco quotidianamente in qualità di insegnante di scuola secondaria,
è aberrante. Tanto più aberrante quanto più elevata la sede o la
tribuna dal quale viene prodotto e diffuso: sulle colonne di Repubblica
Mario Pirani scrive che occorre porre fine a “decenni di lassismo
pedagogico”; scendendo in giù di qualche scalino, trovo un preside che
parla durante un collegio dei docenti del 10% come “quota fisiologica”,
ovvero “naturale”, di bocciature al liceo classico, lamentando che
nella sua scuola si raggiunga a malapena il 5%; solo dentro il
consiglio di classe capita di incontrare la prof che si preoccupa delle
difficoltà psicologiche di alcune allieve e della capacità della classe
di integrarle nel gruppo. Una teoria ostile e nemica verso gli
studenti, costruita su un vuoto di prassi (come spiegano i numeri che
seguono); una prassi amichevole e consapevole del fatto che, nella
scuola, pur sempre di relazioni tra esseri umani si tratta, ma
completamente muta e priva di espressione relativamente alla teoria.
Grazie alla connessione in rete, ricevo notizia di numerosi casi di
scuole pubbliche che esprimono critiche decise rispetto all’O.M. 92,
mediante la quale il ministro Fioroni ha reintrodotto nella scuola un
meccanismo molto simile agli “esami di riparazione”. Le motivazioni
delle delibere dei collegi dei docenti sono sempre di natura tecnica:
difficoltà attuative, scarsità di fondi, impatto sulla regolarità dei
calendari scolastici, ferie a rischio per gli insegnanti. Tutte ragioni
che non mettono in discussione l’impianto dell’iniziativa di Fioroni e
del viceministro Bastico, ma ne criticano aspetti collaterali e di
natura organizzativa. I Cobas scuola, per tali ragioni, hanno indetto
uno sciopero della prima ora a partire dal 29 febbraio.
Oggi,
così come è stato a inizio ottobre, al momento dell’annuncio del
ministro Fioroni, manca totalmente, nel dibattito sul tema, qualsiasi
accenno critico rispetto alla “filosofia” dell’O.M. 92. Essa è stata
presentata, e sostenuta, dalla totalità delle forze della maggioranza
del governo Prodi, come un provvedimento che va nel senso della difesa
della “qualità dell’istruzione” e del ripristino della “serietà” della
scuola. Non si è sentita alcuna voce, dal mondo della cultura e/o delle
scienze dell’educazione, che avanzasse rilievi critici di fondo.
Penso che l’obiezione centrale da opporre al concetto di “recupero
scolastico” di Fioroni sia diversa rispetto a ciò che circola nel mondo
degli insegnanti, e la riassumerei in questa domanda: è lecito
ricorrere alla minaccia ed alla paura come mezzi per innalzare i
rendimenti scolastici? Cui segue quest’altra: la minaccia e la paura
hanno qualcosa a che vedere con la “serietà” della scuola e con la
“qualità dell’istruzione”?
Se pensiamo alla fase di
gestazione del provvedimento, la questione appare pertinente. Il
ministro Fioroni, nella stessa conferenza stampa in cui presentava come
scandaloso il dato di un 40% di studenti e studentesse “promossi con
debito” giungeva ad accusare pubblicamente i medesimi di “mancanza di
rispetto” per tutti coloro che s’impegnano duramente a scuola. Il
problema dei “rendimenti scolastici” – questione di natura sistemica,
politica, economica – veniva trasformato in problema di “condotta
morale”. Il medesimo approccio seguito da numerosi opinionisti di
diverse testate che, dallo scorso anno, con la visibilità mediatica
offerta al “bullismo” scolastico, hanno incominciato ad occuparsi di
scuola, i più conosciuti Alberoni e Pirani. L’obbligo dei “corsi di
recupero” si presenta – quindi - come il prodotto di una visione
impostata sulla “deterrenza”, o sulla “redistribuzione del rischio”
(dal sistema verso i singoli studenti) in funzione del miglioramento
delle prestazioni complessive del sistema.
Scarsa o nulla
attenzione ha ricevuto il fatto che, negli stessi dati citati dal
ministro, la differenza tra licei e istituti professionali risulti
abissale: al liceo classico, secondo il dato nazionale, circa il 70%
degli alunni viene promosso senza debiti, mentre nei professionali il
dato s’inverte perfettamente, con solo un 35% promossi direttamente
all’anno successivo. A nessuno, neppure a coloro che si proclamano
difensori della scuola pubblica, è venuto in mente di notare che da
quei dati, più che di scadimento generale dell’impegno degli studenti,
emerga un chiaro problema di “segregazione” sociale tra indirizzi
d’élites e scuole destinate agli allievi provenienti dai ceti popolari,
con gli effetti cumulativi che ne conseguono: ovvero l’effetto
“mimetico” che, confrontando e sommando un basso livello culturale dei
singoli, determina la perpetuazione di bassi livelli di apprendimento.
Il governo si è preoccupato altresì di presentare il ripristino degli
esami di riparazione come un provvedimento di alto significato sociale.
Con quali argomenti? Sempre Fioroni, ripreso da molti, ha affermato che
il provvedimento va a favore degli studenti “più deboli” e “socialmente
svantaggiati”, poiché il maggiore impegno loro richiesto (e i maggiori
rischi di bocciatura) si tradurranno in una maggiore capacità di
affrontare la realtà del mercato del lavoro e, quindi, in minore
esposizione al rischio di esclusione. Nulla di più che una ulteriore
versione retorica dell’argomento dell’”eterogenesi dei fini”, secondo
cui, provvidenzialmente, un male apparente si trasforma in un bene
effettivo.
Non voglio affatto, con questo, giungere a
concludere l’opposto, ovvero che l’O.M. 92 sia frutto di un “piano” per
accrescere la selezione sociale nel sistema scolastico. Ciò per la
semplice ragione che considero pericolosa e avventata ogni
semplificazione teorica sul tema della “qualità dell’istruzione”. E la
filosofia che sta dietro i nuovi “esami di riparazione appartiene alla
lunga storia delle semplificazioni prodotte dal riduzionismo
epistemologico nel campo delle scienze dell’educazione. Tuttavia,
proprio i dati emergenti dalle più importanti rilevazioni
internazionali ci dicono che il maggior “utile” che il provvedimento
Fioroni sui recuperi pretende di conseguire (minore quantità di debiti
grazie al maggior impegno degli studenti) rischia di essere tale solo
sulla carta. Negli ultimi anni, da quando cioè si è venuto affermando
uno standard della rilevazione comparata dei livelli di apprendimento
degli studenti europei, il cosiddetto PISA, è venuto alla luce il fatto
che esiste nulla o scarsa correlazione tra i saperi effettivamente
posseduti dagli studenti in termini di “competenze” (capacità di
affrontare il “problem solving”) e i voti scolastici. E, neppure, c’è
correlazione alcuna tra il livello di “severità” in termini di
selezione dei sistemi scolastici e il livello di competenze prodotto.
Infatti, succede che nel Sud d’Italia risulti una media complessiva
maggiore dei voti rispetto al Nord ma anche una carenza maggiore nelle
competenze in matematica, scienze, comprensione della lettura. E che
l’Italia si trovi (dati 2005), come livelli di selettività, con un dato
del 20,7 nel “tasso di dispersione scolastica”, in una posizione
migliore solamente rispetto a Grecia e Portogallo, e contemporaneamente
al 27 posto tra i paesi OCSE nella classifica PISA dei livelli di
competenze.
Che tali evidenze controintuitive non siano
assolutamente emerse nel dibattito sulla O. M. 92 deriva,
evidentemente, dal fatto che tutti i protagonisti, da Fioroni a Mario
Pirani ai Cobas, ragionano di scuola in termini scolastici: ossia,
traendo l’insieme delle categorie di analisi della “crisi” del sistema
dell’istruzione dall’interno del sistema, a partire dai codici che
l’apparato scolastico utilizza per determinare i propri livelli di
produttività, su scala individuale e su scala aggregata. Ne deriva
un’autorefenzialità esplicativa che si traduce o in illecite
“moralizzazioni” dei dati statistici, oppure in diatribe di natura
economicista e corporativa.
Le “passioni tristi”, passioni
fredde della tristezza, paura, obbedienza, normano la scienza
scolastica. Se la deterrenza e la paura prendono il posto della
motivazione e del desiderio, quali molle dell’apprendimento su scala di
massa, allora è proprio a questo livello, e non altro, che acquista
senso e rilevanza una critica delle politiche dell’istruzione del
centrosinistra. Platone, Erasmo, Bruno, Spinoza, Montessori, Dewey non
parlano di angeliche utopie pedagogiche, parlano di noi. E, per
fortuna, nei loro libri non si sentono risuonare le parola “grullo” o
la parola “somaro”. Un’importante scrittore francese, Daniel Pennac, ha
sintetizzato in questi giorni, la filosofia che permea il suo “Diario
di scuola” in tre principi: l’amore che un insegnante nutre per il
proprio sapere, la passione che nutre verso la capacità di comunicarlo
agli allievi, l’amore che un’insegnante nutre verso i propri allievi.
Quale “scienza” e quale “politica” dell’educazione vogliamo?
Marco Magni (insegnante di filosofia al liceo)
Esami di riparazione a settembre